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Gli amici sono presenze di parole, sguardi, suoni e sensazioni... qualsiasi cosa che lasci una traccia è un frammento di vita. Regalami un saluto, e sarò felice di ricordarti fra coloro che ringrazio per aver conosciuto...
LA VALEwrote:
Feb. 12
Ilariawrote:
Ciao Luchino! Ci manchi tanto! Quando torni a trovarci? un bacione! Ily
Feb. 3
Serena Mariawrote:
Un grande saluto Conte! Sei una persona veramente straordinaria, non ti batte nessuno! ;-)
SERE
Ps: complimenti per il blog!
Dec. 9
Cristiano Di Giacomowrote:
E te lo lascio io te lo lascio!
Eccolo qua! Cris
Oct. 1
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Ade's CornerDu droit qu'un esprit ferme et vaste en ses desseins, a sur l'esprit grossier des vulgaires humains. January 22 Stagioni dell'animoOdio l’estate. E lo dico a gennaio, quando non rischio di passare per uno di quelli che ad agosto si lamentano del caldo e a dicembre imprecano contro il freddo e contro le mezze stagioni che non esistono più. Odio l’estate perché è così. Calda, asfissiante e violenta. Crudele nel suo essere vanesia e superficiale, volubile come solo i fuochi delle passioni umane sanno essere – con la sola eccezione, forse, dell’odio, che nella sua profondità di metallo e velluto sa divenire quasi nobile nel suo essere durevole. Stagione proletaria e oceanica, spalancata e indolente, ottusa e compiaciuta.
La odiava Bruno Martino, in una delle canzoni più belle della musica leggera italiana; la odiava Mallarmé, per il quale l’arrivo della primavera e della bella stagione portavano impotenza creativa, sterilità e dolore. E mi permetto di suggerire a tutti di leggere Hérodiade, per capire quanto la forza poetica di quest’uomo fosse prorompente e divina, e per rendersi conto di quale potesse essere l’angoscia che nel suo animo emergeva con l’arrivo delle temperature più miti. Versi come “Ors ignorés, gardant votre antique lumière / sous le sombre sommeil d’une terre première” fanno implorare un inverno perenne, se ad un individuo fosse dato in cambio di poter creare per tutta la sua vita una simile bellezza.
La odio io perché è la stagione in cui bisogna essere spensierati, felici, è la stagione in cui la vita va goduta con impulso. Odio l’estate perché è la bella stagione per definizione, e a me le imposizioni di ogni sorta non hanno mai provocato altro che un fermo rifiuto. D’estate devi divertirti in compagnia, devi fare qualcosa, qualsiasi cosa. Altrimenti non sei normale. Una persona che mi ha insegnato moltissimo sulla vita e sulla letteratura, nei giorni successivi alla perdita della moglie ripeteva “se volessi essere felice, farei…”. È una frase che mi ricordo sempre. Se uno volesse essere felice, certo… se uno lo volesse, vivrebbe d’estate. Del resto è quello il momento in cui ci si aggrappa disperatamente alla felicità, ce la si impone perché “il silenzio è affare per pochi e la solitudine roba di molti” come sa indovinare Niccolò Agliardi (a cui voglio bene tanto quanto ammiro Mallarmé, e quindi vi suggerisco di ascoltare qualche sua canzone). Ma in realtà ciò che si rincorre è un ideale di felicità… qualcosa che amici e stereotipi ci hanno insegnato a ritenere felicità. Però non spetta a nessuno all’infuori di noi stessi, decidere cosa può renderci felici – se si può davvero parlare di felicità per l’essere umano e non semplicemente di gioia o benessere.
Ecco perchè chiedo la quiete della nebbia e della neve, per costruire la felicità. Perché gli ori sono tanto più preziosi se custodiscono la loro luce nel sonno di una terra primordiale.
Io voglio i tramonti scarlatti di un ottobre umido e gentile. Voglio la pioggia arcigna e scura, funerea e cupa di novembre. I cieli di vetro soffiato e batista di dicembre. Gennaio con le sue mattinate di alabastro ventilate da un sole d’argento.
January 15 Life soundtrackEcco quella che mi sento di poter definire la colonna sonora della mia vita... non tanto o non solo per il suo essere una canzone che adoro, ma perché è una di quelle cose che ti rendi conto sono capaci di descriverti meglio di quanto tu stesso avresti mai potuto fare. E come insegna Paolo Sorrentino del suo "Il Divo", "l'ironia è la migliore cura per non morire".
Ironic
Alanis Morissette
An old man turned ninety-eight
He won the lottery and died the next day It's a black fly in your Chardonnay It's a death row pardon two minutes too late And isn't it ironic... don't you think? It's like rain on your wedding day
It's a free ride when you've already paid It's the good advice that you just didn't take And who would've thought... it figures Mr. Play It Safe was afraid to fly
He packed his suitcase and kissed his kids good-bye He waited his whole damn life to take that flight And as the plane crashed down he thought 'Well isn't this nice...' And isn't it ironic... don't you think?
It's like rain on your wedding day It's a free ride when you've already paid It's the good advice that you just didn't take Who would've thought... it figures Well life has a funny way of sneaking up on you When you think everything's okay and everything's going right And life has a funny way of helping you out when You think everything's gone wrong and everything blows up In your face It's a traffic jam when you're already late
It's a no-smoking sign on your cigarette break It's like ten thousand spoons when all you need is a knife It's meeting the man of my dreams And then meeting his beautiful wife And isn't it ironic... don't you think? A little too ironic... and yeah I really do think... It's like rain on your wedding day It's a free ride when you've already paid It's the good advice that you just didn't take Who would've thought... it figures Life has a funny way of sneaking up on you Life has a funny, funny way of helping you out Helping you out January 13 Notizie e pensieri“La cattiva notizia è che Dio non esiste. La buona che non hai bisogno di lui” Mi dicono dalla regia che questa frase comparirà su alcuni autobus di Genova a mo’ di pubblicità per una campagna a favore dell’ateismo. La scelta dell’incipit di questa iniziativa è caduta proprio su questa città perché il presidente della Cei, il cardinale Bagnasco, è arcivescovo di Genova.
Sorvolando sul fatto che mi pare un po’ squallidino affidare al culo di un autobus gli spunti per quella che dovrebbe essere la riflessione personale di ciascuno sulla propria fede e sulla natura del proprio essere, e che viene ridotta ad una specie di campagna elettorale, le considerazioni che mi permetto di riportare di seguito si concentrano non tanto sul buon gusto dell’iniziativa, ma sulla sua opportunità e su quello che in sé rivela.
La prima cosa che mi sono detto quanto ho sentito la notizia è: ma come vi permettete? Come vi permettete di dirmi di cosa ho bisogno nella mia vita? Di preciso, con quale diritto violate l’intimità delle persone per dirgli come devono vivere la sola cosa che è interamente loro – la loro spiritualità?
In secondo luogo rilevo una superficialità profondamente venata di arroganza. Ultimamente la polemica sulle linee morali della Chiesa si è fatta molto più aspra, fra fecondazione assistita, pillole del giorno dopo, del giorno prima e del durante (attente che questa non vi vada di traverso, con tutti quei sussulti), coppie di fatto e trionfanti gayezze assortite. Il Vaticano è lì, bacchetta e rompe le balle, e le reazioni del mondo socio-politico internazionale si sprecano. È una confronto-scontro inevitabile, come sempre accade nei momenti storici di delicatissima (e a volte drammatica) evoluzione come quello che stiamo vivendo in quest’epoca. Tutto questo cosa ha a che vedere con la natura della fede? Con la fede stessa? Col rispetto per la convinzione profonda di una persona nel credere a qualcosa che trascenda gli atomi? Avere una gerarchia ecclesiastica Made in Pleistocene mi fa incazzare, ma non mi fa ritenere che Dio mi odi solo perché non condivido molte delle posizioni che i suoi ministri propugnano. Sono un uomo io, sono uomini loro, tutti sbagliamo in qualcosa.
Non è una provocazione a Bagnasco, ma un insulto a millenni di cultura mondiale cristiana, ebrea, musulmana e, perché no, greca, azteca, inuit e così via fino ad enumerare tutti i popoli che hanno creduto in entità superiori. Se perfino Voltaire, l’antipaticissimo Voltaire che sbeffeggiava l’assolutismo, il cattolicesimo e, a giorni alterni, le camice a quadri e gli spaghetti scotti, credeva deisticamente in “qualcosa” di più in alto, questi signori che pagano le aziende dei trasporti pubblici per fare in modo che le chiappe di un torpedone mi dicano che sono un coglionazzo a credere in Dio, non si sentono nemmeno un po’ in lieve difetto di presunzione? E poi i nostri governi mobilitano gli eserciti per combattere quel terrorismo islamico fondamentalista che minaccia la nostra civiltà e che ci accusa di essere senza dio? Ci lamentiamo che i musulmani vengono a “invaderci”, ci scomodiamo a portare maiali davanti alle moschee, ci stracciamo le vesti perché non rispettano la nostra cultura. Ma se noi per primi non lo facciamo, perché dovrebbe farlo qualcuno che nemmeno la condivide e che della propria invece va (giustamente) orgoglioso? E la difende, a costo di venir condannato? Siamo tronfi della nostra libertà di pensiero, rispetto all’oscurantismo talebano. Ma siamo sicuri di poterlo essere? Vorrei capire perché definirsi atei fa figo e va di moda, definirsi credenti ti fa ottenere l’etichetta di retrogrado bigotto.
Perché devo essere deriso o ritenuto scemo per quello in cui credo? Perché Margherita Hack deve fare una conferenza stampa per dire che il miracolo del sangue di San Gennaro in realtà è spiegabilissimo secondo la scienza? Ma chi te l’ha chiesto? Quando la mia vita mi fa schifo, quando mi guardo attorno e vedo solo aridità e indifferenza, a chi posso rivolgermi con la certezza che non mi volterà le spalle o quanto meno con la sicurezza che mi starà ad ascoltare senza giudicarmi, qualsiasi cosa io dica? Alla Hack? Ad un autobus? A Zapatero? Alle cartoline di auguri inglesi che, in nome del politcally correct per non offendere la sensibilità dei non cristiani hanno trasformato il Natale nella “festa della luce invernale”? La libertà di pensiero non è quella cosa che garantisce il rispetto di ogni opinione e al contempo il suo diritto di esistere? Forse è opportuno rendersi conto che quella libertà di pensiero tanto pretesa, non ha valore se è semplicemente una garanzia legale dello Stato. Non ha valore se prima di essere una legge, non è una profonda convinzione personale di ciascuno, che impedisce di deridere ciò che pensa qualcun altro solo perché è diverso. Lo Stato deve garantire i diritti e i doveri, e la difesa della libertà di pensiero, prima di essere un compito della burocrazia legale, dev’essere una sentita volontà reciproca di ogni cittadino. Perché si presuppone che il Natale offenda il ramadan? In che cosa configgono, precisamente, queste cose?
Cancelliamo pure Dio dall’esistenza degli uomini, e riduciamoci a delle formiche individualiste vuote e aggrappate alla materia di ciò che le circonda. Dio non esiste: bene, allora la nostra vita, la nostra esistenza si riduce a 60-80 anni di fatiche, sofferenze, delusioni fini a sé stesse. Caro genere umano, tu sei una coincidenza e come tale vali, ovvero nulla. Non hai scopo, non hai senso se non quello che può averne uno sbaglio. Non so voi, ma io quando mi guardo allo specchio, oltre a sistemarmi i capelli e la camicia, vedo qualcosa di più di un organismo pluricellulare che fra qualche anno (il più tardi possibile, ovviamente) cesserà di essere efficiente e si avvierà ad un inesorabile declino fisico fino alla cessazione delle sue funzioni vitali. Vedo una coscienza e una personalità dietro quegli occhi verdi che mi fissano. E queste chi me le ha date? Il Big Bang? Perchè io penso e una sedia no? Gli atomi sono gli stessi, e allora perché siamo diversi?
Dio non è un vecchio barbuto che fa echeggiare la sua voce dalle nuvole infuse di luce e ti dice cosa fare e cosa no. È la sostanza che spiega e legittima tutto ciò che fa dell’essere umano quello che è oltre il suo corpo. Il pensiero, l’emozione, la sensibilità. Dio è il sorriso e le lacrime che un film di Charlie Chaplin sa regalarti, Dio è l’energia di una cascata di montagna, l’abbandono alla musica di Mozart, il marmo di Canova e la luce nei quadri di Caravaggio. Dio è lo sguardo di Greta Garbo e la voce di Maria Callas, Dio è la risata che ti scappa quando all’una di notte sei stanco ma hai ancora voglia di scherzare con gli amici, Dio sono gli occhi ruffiani di un cane che appoggia il muso sulla tua gamba per avere un po’ della tua cena, Dio è tutto quello che continui a custodire dentro di te pur essendo ormai passato, e che dà un senso e un’impronta al tuo aver vissuto fino ad oggi. Dio è la voglia di pensare al futuro, di far progetti pur senza sapere quello che succederà. Dio è lo specchio in cui ti guardi e davanti al quale riesci a dirti, ogni tanto, “oggi sono felice” senza nessuna ragione in particolare.
Tutte queste cose esistono. E, non so voi, ma io ne ho bisogno. December 07 Respiri
Sbirciando i palazzi che si alzavano tutto attorno alla stazione Termini, pensai che era proprio una città vecchia: è l’effetto che mi fece vedere il bugnato di quei grossi edifici. E va da sé che Roma vecchia lo è. Vecchia, non antica: “antico” è qualcosa che ha una strana patina sintetica che lo ricopre, antico è qualcosa che ha i suoi anni, ma che non ne è stato intaccato. L’antico ha troppe pretese di polvere e mogano... “Antico” suona così simile ad “antipatico”. Roma è vecchia, invece, e avanza sotto il peso degli anni. Affaticata, ogni tanto la si sorprende seduta col fiato corto: certi angoli di questa città tradiscono tutto l’affanno accumulatosi col tempo. E come sembra ancor più vecchia quando piove: grigia e umida, stanca e rassegnata si avvilisce sotto un cielo maligno e insofferente. Roma con la pioggia è un’amante abbandonata, inginocchiata sotto le sue lacrime, vede ogni futuro soffocato nella cupezza del suo dolore.
Ma poi viene la notte, e allora tutto trasfigura. Ombre dense e austere emergono dai ponti, dalle colonne, dai sampietrini. Luci e lampioni lottano disperatamente con le ombre di questa città, ombre vive, di un’oscurità – questa sì, antica. Altera, a volte ostile e aggressiva, una notte a Roma può farti soccombere: camminando sull’orlo del baratro fra santità e perversione, un passo in fallo e puoi soffocare nella tenebra minacciosa e superba che esala dalle memorie di millenni marciti. Il buio, a Roma, è il serpente nero di una tentazione che respiri fumosa. Velluto sacrilego di una blasfemia sfrenata, gocciola umido su una lingua debole e fremente. Ma sai che non lo possiedi, perché dai mille occhi che ti sbirciano da ogni spigolo, da ogni vicolo, emana solo la brama predatoria di un istinto notturno e insaziabile di sopraffazione e dilaniamento.
Roma non ha stelle, perché il suo cielo è la sua condanna: desiderio punito di tendere all’assoluto. Roma precipita sotto la disperazione vanificata delle sue cupole e delle sue chiese di testimoniare in terra il paradiso, di costringere e imprigionare nel marmo Dio e lo Spirito. Roma incatena l’eterno nell’orgoglio punito di una sofferenza autoinflitta, risuona ed echeggia la vibrazione di una voce elevata all’infero.
È questa una città a cui sento di appartenere. Vi sono luoghi dell’anima, nella vita, scelti senza rendersene conto, e sono quei luoghi in cui il piacere e la sofferenza si mescolano fino a creare quella sostanza di cui l’esistenza umana si nutre. È una sostanza fatta di sogni, sensazioni e sangue; che impregna l’anima e la intride opprimendola fino ad appesantirla su quella terra sulla quale ha, verticale, lungamente bevuto. Ed è in quel momento che sei consapevole, pure senza capirne le ragioni, che c’è un angolo di terra che è divenuto tuo perché le vostre sostanze si sono mescolate. È il momento dell’Eppure, il momento in cui tutto trova una sua inespugnabilità senza che nulla venga a spiegarlo. Potresti enumerarne con rabbia ogni singolo difetto… Eppure quel luogo lo ami. December 02 Vite quotidiane
Mi piace molto viaggiare in metropolitana. Ogni volta che scendo le scale che portano alla banchina mi chiedo quali saranno le facce e le persone che mi troverò di fronte, che mi si siederanno accanto. Solitamente salgo sul primo vagone, dove ho più probabilità di trovare posto a sedere; anche se all’andata, prendendo il treno al capolinea, non ho di questi problemi: è sempre vuoto.
Domenica, davanti a me, si è seduto un uomo. Vivendo a Roma ho imparato a distinguere le fisionomie italiane da quelle straniere, e lui era molto probabilmente romeno, o comunque di origine esteuropea. Relativamente giovane, seppur di età indefinibile, era abbastanza basso da poter essere scambiato in lontananza per un ragazzo di vent’anni, salvo poi, sotto le asettiche luci al neon del vagone, rivelare un viso molto più adulto, quello forse di un quarantenne. Molti immigrati provenienti da quelle aree tendono a vestire giovanilmente: un abbigliamento comodo è spesso il più adatto alla vita non certo sedentaria che conducono, anche se poi danno l’impressione di essere imprigionati in una adolescenza lavorativa instabile che li relega ad essere esordienti sociali quando il loro coetanei italiani possono già permettersi di vestire in modo più formale.
Quest’uomo-ragazzo dall’età indefinita porta con sé una grande busta di carta colorata, di quelle che si usano nei negozi di giocattoli come incarto per un regalo natalizio. La occhieggio curioso, chissà cos’avrà comprato. Non passa molto tempo che la mia curiosità trova la sua soddisfazione: nel silenzio del vagone che lentamente si mette in movimento, lo sguardo pensieroso del mio compagno di viaggio scende verso i colori sgargianti del suo vistoso bagaglio, da cui spunta fuori poco dopo la zampa marrone e pelosa di un grosso peluche, un cane. Sorrido fra me, mi domando per chi sarà: la sua compagna, sua moglie? Sua figlia? Le sue dita sfiorano il pelo sintetico, come a volerlo lucidare, a risistemarlo. Leva qualche granello di polvere, qualche frammento di filo raccolto forse dalle zampe o dalla testa di un compagno di scaffale di diverso colore. La sua mano rientra nella busta ed ecco che, oltre il bordo, sbuca ora la testa nera di quello che dev’essere un pastore tedesco. Altri movimenti rapidi e delicati della mano ravvivano tessuto, in un gesto che dona alla scena una dolcezza estrema: sembra quasi carezzarlo, e in quel momento mi sorprendo a chiedermi quali pensieri stiano definendosi dietro il suo sguardo stanco di ragazzo invecchiato. Lo guardo e lo vedo un po’ padrone che coccola il suo animale, un po’ bambino che accarezza il suo nuovo regalo. Chissà cosa si immagina lui ora.
Risolleva il capo, non mi guarda, gli occhi si lanciano per un attimo attraverso il lungo corridoio azzurrino del treno, che in quel momento non è il convoglio della metro A, ma solamente uno sfondo a ciò che lo aspetterà per la serata, a quello che dovrà fare.
Lo sbircio di nascosto. Non è particolarmente bello, e anzi il suo volto scavato leva quel tanto di attraente che avrebbe potuto avere curandosi un po’ di più, eppure gli occhi scuri in contrasto col piccolo brillante che luccica al suo orecchio, gli regalano una tenerezza a cui mi scoprirò a ripensare spesso, nei giorni seguenti.
Capita che alcuni sconosciuti, della cui vita non sappiamo nulla, ci colpiscano in modo speciale. A volte per la loro bellezza, altre per qualcosa di particolare che possiedono, più profondo e vivo. Ci rimangono impressi, ce ne ricordiamo a distanza di tempo, e cominciano allora a vivere un’appannata, vaga esistenza fatta soltanto della nostra immaginazione pensierosa: immagini scollegate e scomposte che germogliano dalle sensazioni che abbiamo avuto nel guardare queste persone.
Quell’uomo è diventato un mio personaggio. L’ho chiamato Alex. Quella domenica pomeriggio è tornato a casa e ha dato il regalo a sua moglie perché lo nascondesse: era un peluche per sua figlia, il suo regalo di Natale. Il lunedì seguente sarebbe tornato al lavoro, per lui sarebbe ricominciata un’altra faticosa settimana. Ma avrebbe saputo che fra un mese ci sarebbe stato il sorriso di sua figlia sotto un piccolo albero di Natale un po’ vecchiotto e sbilenco, ma agli occhi di quella bambina il più bell’albero di Natale del mondo.
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