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Ade

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Dunque... nasco a Pordenone, nel lontano 10 settembre del 1984. Figlio unico, studio e vegeto nella piccola provincia friulana fino al 2005, anno in cui mi trasferisco a Roma per frequentare l'università. Attualmente studio Lingue e Letterature Moderne a Tor Vergata. Nel futuro non troppo remoto e spero anzi relativamente prossimo, c'è il giornalismo.

Gli amici sono presenze di parole, sguardi, suoni e sensazioni...

qualsiasi cosa che lasci una traccia è un frammento di vita.

Regalami un saluto, e sarò felice di ricordarti fra coloro che ringrazio per aver conosciuto...

  • February 03 12:57 PM
    Ciao Luchino! Ci manchi tanto! Quando torni a trovarci? un bacione! Ily
  • December 09 6:46 PM
    Un grande saluto Conte! Sei una persona veramente straordinaria, non ti batte nessuno! ;-)
    SERE
    Ps: complimenti per il blog!
  • October 01 10:25 PM
    E te lo lascio io te lo lascio!
    Eccolo qua!

    Cris
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Dise
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Dangerously In Love
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Baal
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Serena Maria
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VonKreutz
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Nerina

Ade's Corner

Du droit qu'un esprit ferme et vaste en ses desseins, a sur l'esprit grossier des vulgaires humains.
May 02

Roma

 
Amo Roma...
 
...per quella bellezza intima che nessun'altro luogo al mondo ha.
 
...perché qui ho conosciuto le persone a cui voler bene davvero.
 
...perché tramonti così belli non li ho mai visti da nessun'altra parte.
 
...per i cornetti all'una di notte ad Arco di Travertino.
 
...per i sabati sera con la pizza e le chiacchiere a casa di Marco.
 
...per le mattinate a ripassare gli appunti al tavolo del bar in facoltà, con la fontana che ti schizza appena si alza il vento.
 
...per la Mondadori e la Feltrinelli, dove andarmi ad immergere ogni volta che voglio concedermi un regalo.
 
...per il senso di vitalità, di vita e di possibilità della stazione Termini.
 
...per la ricerca dei parcheggi sul lungotevere, perché a girare a lungo sbirci sempre gli scorci caratteristici della città, e alla fine l'attesa non ti dispiace neanche poi troppo.
 
...per la grattachecca su ponte Umberto I nelle sere di luglio, con l'umidità che addensa il ricordo di quelle nottate trascose a camminare fra Campo de' Fiori e Castel Sant'Angelo.
 
...per le cene alle Streghe, con Ciro e Manu che iniziano ad attribuire le materie d'insegnamento a "noi professori in gita con la scolaresca".
 
...per il raccordo alle due di notte con Marco, Sara e Cri, ancora vestiti e mezzi truccati da vampiri a commentare la serata di gioco di ruolo appena conclusa.
 
...per il 504 che finalmente arriva per portarmi alla fermata della metro quando devo uscire.
 
...per la gentilezza e il buonumore dei ragazzi del bar sotto casa, la mattina quando faccio colazione prima di andare in università. Chissà cosa penseranno di questo tizio serioso che non parla mai e prende sempre "cappuccio e cornetto".
 
...per le adorabili cazzate che riusciamo a sparare giocando a Trivial Pursuit a casa di Matteo e Serena; con Serena che vince sempre perchè ormai sa a memoria le risposte (che sono sempre "Tapang", "Bjorn Borg" e "cromosomi").
 
...per gli occhioni di Lorenzo, che sorride quando vede il disegno di Taz sul pacchetto di fazzoletti e non sembra convinto del fatto che assomigli ad Alessandro.
 
...perché vivo qui da quasi tre anni, ormai, ma ancora i romani riescono a farmi sorridere col loro modo di parlare, con la loro spontaneità che spesso diventa sfacciataggine, con quel gusto del vivere che si può possedere solo se si nasce qui.
 
...per tutti i sogni e le speranze di un futuro costruito come voglio io che questa città mi ha regalato.
 
 
 
Trinità dei Monti
April 12

Leggere con cautela

Ecco dieci indizi che aiutano a capire se si sta iniziando a passare un po' troppo tempo sui libri:
 
1. Quando ti viene chiesta un'opinione esordisci con "Stendhal scrive che...";
 
2. Quando non ti viene chiesta nessuna opinione esordisci con "Lo sai, Stendhal scrive che...";
 
3. Sogni Flaubert che ti entra in casa arrabbiato e tu ne approfitti subito per chiedergli di autografarti una copia di "Madame Bovary";
 
4. Sei preso dalla voglia di scrivere aforismi in una lingua straniera, perché credi che possano risultare belli "solo in quella lingua";
 
5. In autobus ti incazzi per la bruttezza dei passeggeri che hai attorno e ti chiedi per quale ragione non sei circondato piuttosto da principi danesi, fauni, adultere puritane e medici vittoriani;
 
6. Sostieni con tifo da ultras un movimento letterario, schifando le correnti che gli si oppongono;
 
7. Provi un intenso piacere appena ti si presenta l'occasione di stroncare qualche romanzetto contemporaneo, e godi sessualmente alla prospettiva di poterlo fare nella tesi di laurea;
 
8. Ti scocci se non trovi nella collana dei Meridiani quel romanzo che vorresti avere in una veste editoriale di prestigio, e allora vaghi con aria insoddisfatta fra gli scaffali delle librerie Feltrinelli e Mondadori perché non vedi nulla che compiaccia la tua voglia di narrativa classica;
 
9. Fantastichi di comprarti l'intera Pléiade francese;
 
10. Acquisti libri in quantità assurde, che poi non sai dove infilare nella tua povera, rachitica liberietta dell'Ikea;
 
11. Quando stili un elenco di dieci indizi, ne aggiungi uno di più perché ormai hai perso qualsiasi dimestichezza col minimo calcolo numerico.
 

E. A. Poe

April 10

Passeggiate romane

 

Non mettetevi sulla mia strada. Non è una minaccia, né una frase che denoti chissà che luciferina determinazione nel perseguire un intento... è la constatazione che ho fatto sul mio modo di camminare. Una frase da prendere alla lettera, quindi, per una riflessione che mi è venuta stamani. Uscivo dalla facoltà per onorare l'incombenza del mio frettoloso pranzo del giovedì, quando sul vialetto d'accesso (o d'uscita, dipende dai sensi di percorrenza), adocchio un tizio che reca un mazzetto di indefiniti foglietti da far precipitare tra le mani dei malcapitati passanti.

Penso: "uuuuuuh... ora questo mi fermerà per chiedermi soldi. Chissà, se assumo un'aria indaffarata non attaccherà bottone". Ciò elucubrato, sfodero il mio lettore mp3, mi intaso per bene le orecchie con gli auricolari, fingo interesse per un volantino che mi ero preso nei corridoi e infine cavo di borsa il mio telefono, con quella spazientita sollecitudine tipica di chi lo sente suonare (era spento). Approntato per la scenetta dell'incasinato col pepe al culo, mi dirigo a passo svelto verso il cancello cercando di dribblare il volenteroso volontario, che però (senza dubbio su consiglio dell’acribia di un qualche serpente tentatore), mi occhieggia ed esordisce dicendo: "l'eleganza in persona ha qualche minuto da perdere"?

 

Cheddio ti strafotta e stramaledica.

 

Ora, da vanitoso quale sono, come avrei potuto resistere ad un tale canto di sirena? Il risultato è scontato: mi fermo e ci parlo. La cosa interessante sta qui: io non avevo voglia di parlarci, quel tizio era un ostacolo fra me e la mia meta – la fermata dell'autobus, e questa imprevista macchia schizzata sul mio percorso mi ha mandato in tilt. Mi sono levato un auricolare lasciandolo pendere, per meglio sentire ciò che mi diceva (mentre dall'altro, ancora attaccato, un mucchio di mostricciattoli Burtoniani strepitava "This is Halloween, this is Halloween!"), e nel giro di pochi istanti mi sono trovato ad armeggiare col lettore mp3, il telefono, la custodia del suddetto, il volantino di cui sopra e il portafogli, perchè ovviamente quel sorridente biondino nascosto dietro i suoi Ray Ban chiedeva un'offerta. Con la testa su un altro pianeta rispondo a monosillabi (avrà pensato che ero straniero, autistico, o semplicemente coglione) e mi passo caoticamente da una mano all'altra i cinque oggetti in ordine sparso, prima di lasciargli fra le mani la sua stramaledetta offerta per la chissà quale stramaledetta associazione Onlus a cui apparteneva.

 

Da qui l'analisi del mio modo di spostarmi a piedi. Passeggiare senza un punto da raggiungere non fa per me, ho bisogno di una meta precisa alla quale arrivare; e nel corso dello spostamento non ho occhi per nulla e nessuno attorno a me. Come un navigatore satellitare: imposti l'arrivo e lui te lo fa seguire senza distrazioni. "Fra duecento metri girate a destra. Ma ooooooooh! guardate che belle le anatrelle che sguazzano nello stagno! Ora procedete dritti per sei chilometri" ecco, una cosa del genere non la si sente dai tom tom, manco dai più iperaccessoriati (quelli che ti permettono di scegliere pure la vocetta porno per le indicazioni, per intenderci).

 

Io parto e devo sapere esattamente dove vado. Per tutta la strada che mi aspetterà, e che percorrerò nel più breve tempo possibile con espressione arrogante, passo spedito e falcata intollerante, terrò gli occhi fissi davanti a me e sul marciapiede, sì da intercettare eventuali cose che il mio piede deve evitare (eiezioni canine, ad esempio). Può passarmi davanti uno degli elefanti ritardatari di Annibale, la gente può cadermi morta attorno, posso trovarmi di fronte a qualsiasi amico/conoscente che mi sorrida e si sbracci, non fa nessuna differenza: sono tutte distrazioni non contemplate dal mio cervello in viaggio verso un qualsiasi altrove.

 

Lo stesso vale per le passeggiate di piacere. Mettetemi in piazza del Popolo e il mio cervello partirà immancabilmente a ragionare sui dettagli di quella che dovrebbe essere una camminata cazzeggiona, senza scopo. Dopo aver valutato orario di partenza, monumenti conosciuti nelle vicinanze, percorsi noti, possibili luoghi di interesse e orario imprescindibile per il quale dover subito tornare alla metropolitana; quello che nelle intenzioni voleva piamente essere un dolce vagare senza sensi precisi diviene un inesorabile "andare a", con piede svelto e mente concentrata sul capolinea.

 

Io non passeggio: cammino. Io non mi muovo: raggiungo.

 

 

March 06

Anodine foschie...

C'è qualcosa di virginale, nella malinconia... l'intoccabilità di uno spirito che non si fa penetrare da nessuna passione. Una distanza del suo sensibile da tutto ciò che potrebbe sedurlo, possederlo.
 
Un animo malinconico è come una vestale consacrata all'indefinibile necessario; è il sacerdozio di un'attesa di qualcosa che sappia accendere ed elevare nel fuoco uno spirito, immerso nell'umidità di una veglia crepuscolare.
 
La malinconia è autunnale; non perchè sia valido il viceversa, ma perché è la presenza di una vita nel suo spegnersi e nel suo attendere l'arrivo di una primavera dei sensi con la consapevolezza che non giungerà mai.
 
albine
 
March 04

Giorni...

Ci sono giorni in cui vorresti avere la forza di devastare intere valli con un solo colpo d'occhio. Vorresti vedere l'ondata muoversi con lo spostamento del tuo sguardo.
 
Giorni in cui sei seduto, a casa, e guardi attraverso gli oggetti che hai davanti e vi scorgi una prospettiva interiore.
 
Giorni in cui sei l'unico essere vivente sulla terra, in cui il tuo corpo diventa la proiezione fisica di un'anima dispersa chissà dove. Lontana e sola. E allora ti rannicchi sulla sedia, stringi i gomiti e cerchi quasi di abbracciarti, di sorreggerti da solo. Ondeggi ritmicamente, e lievemente come a volerti scaldare attorno ad un fuoco che non c'è... e senti freddo. Il freddo di un cristallo che sepra e recide te stesso dagli altri. In quei momenti il mondo è un'indefinito alone odioso. Digrigni i denti e sul viso ti si dipinge una smorfia di sofferenza tesa e rabbiosa. Senti il tarassaco sulla tua lingua. Vorresti spaccarti, vorresti stritolare ogni fibra del tuo corpo per sfogare in qualche modo quel dolore che scava dentro, dargli una ragione fisica. Guardi quello che ti sta attorno e lo odi. Odi ciò che vedi perché ti è negato, odi ciò che vedi perché l'orgoglio di essere te stesso ti impone la collera. Odi l'idea che proprio perchè sei te stesso, sei così. Odi chi ti vorrebbe consolare con delle parole così scontate che vorresti prendergliele e infilargliele in gola a forza, sperando che ne soffochi, perché sono tutte banali stronzate. Sono solo PAROLE, e tutte le parole che potrebbero consolarti te le sei già dette tu per primo, e non hanno fatto effetto. Ed ecco che gli altri si intromettono, perché vogliono pulirsi la coscienza. I consigli, la comprensione. NON esiste comprensione, la sola comprensione ora è il silenzio e la muta condivisione di un dolore... questo vorresti, ma questo sai che non otterrai. Perché non sanno. Non sanno, non vedono e non sentono le varie sfumature del nero che opprime le pareti del tuo corpo. Non puoi descrivere a qualcuno la musica che hai nella tua testa e sperare che la senta uguale... puoi mettere le note su uno spartito, usare uno strumento, ma sarà sempre un filtro che avrà impoverito nella materia la sensazione pura che esisteva solo per te.
 
E poi tutto sparisce, inghiottito nello stomaco polveroso e lacero dove ricacci tutte quelle emozioni inutili che prima o poi la ragione ti rivela per quello che sono: vani singulti di una sensibilità che in questo mondo non troverà mai le carezze di cui ha bisogno. Ferite che lasciare aperte equivarrebbe ad infettare. E allora le cauterizzi, ne bruci una dopo l'altra, fino ad ustionare tutta la tua pelle, quella pelle una volta liscia e fresca, ed ora dura, violacea e arida per tutto il fuoco con cui l'hai dovuta straziare. Ti guardi allo specchio e vedi una creatura deforme, ma più adatta a sopravvivere. Perché in quei giorni, la vita non la senti più, in quei giorni esisti solo per il lavorio delle cellule. Quei giorni in cui il futuro è alle tue spalle e il presente immobile schiaccia ogni respiro.
 
Lo stomaco piagato sussulta, ribolle lentamente, sanguina e produce umori che colano lungo le sue pareti. è una digestione pesante, lenta e difficoltosa. Ma prima o poi, anche quella terminerà attraverso lo sfintere della consapevolezza che il valore di quello che sentivi non era superiore a quello della merda in cui è stato ridotto.

Non chiedetemi perché. Non offritemi di parlarne, tanto non dirò nulla. Così è, e deve bastarvi.
 
Lacrima
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